Ci sono verità che ci accompagnano silenziosamente, anche se impieghiamo molto tempo ad accettarle. Una di queste è che iniziamo a vivere appieno solo quando smettiamo di voler essere come gli altri e osiamo essere noi stessi. A volte, ciò che crediamo ci manchi è già dentro di noi, ma lo abbiamo dimenticato o ne abbiamo perso di vista l’esistenza.
Il corvo della foresta
In alto, in una foresta antica — dove gli alberi si ergevano come giganti secolari e la luce del sole filtrava tra le foglie come fili d’oro — vivendo un corvo. Era un uccello imponente, dalle ali ampie, con un piumaggio nero come la notte e una voce profonda che risuonava come un’eco antica. Nessuno lo temeva, eppure nessuno si avvicinava a lui. Lo osservavano da lontano, come se la sua presenza evocasse ricordi di qualcosa di triste, di qualcosa di incompreso. E lui lo percepiva.
Ogni mattina, il corvo si svegliava con i primi raggi del sole. Scuoteva la rugiada dalle ali e si posava sul ramo più alto della vecchia quercia. Da lì, osservava il mondo. Il suo sguardo era sempre attratto da *lei*: la colomba bianca, delicata, con un canto soave che sembrava guarire l’aria. Volava vicino al suolo, circondato dagli animali della foresta che la ammiravano e la celebravano. “Com’è bella”, dicevano. “Che pace emana.”
Da quella posizione privilegiata, il corvo si sentiva rimpicciolire: non per invidia, ma per un profondo senso di non appartenenza. Nessuno lo definiva bello; nessuno lo aspettava; nessuno lo ascoltava. I suoi pensieri si facevano sempre più pesanti.
Il desiderio di essere qualcun altro
Il seguito nella pagina successiva