nella sporcizia sulla sua guancia. Allungò una mano fragile verso di me.
«Il fumo», sussurrò, con stupore nella voce. «Va verso l’alto. Sei stata tu, bambina.»
Mi trascinai fino a lei e ci stringemmo l’una all’altra, lasciando che il calore ci penetrasse fino alle ossa. Bess si avvicinò lentamente, attratta dal tepore, e si sdraiò con un profondo sospiro, i suoi grandi occhi castani che riflettevano le fiamme danzanti.
In quel momento non eravamo più rifugiati, non eravamo più vittime dell’inverno o della crudeltà della città. Eravamo abitanti. Questa caverna, questa cavità nella montagna, ci apparteneva. Ne avevo costruito il cuore con le mie stesse mani.
Il fuoco era più di un semplice calore. Era una dichiarazione, la prova che non ero un peso. Ero un costruttore. Ero un sopravvissuto.
Quella prima notte dormimmo poco. Osservavamo le fiamme e le ombre mutevoli che proiettavano, enormi e distorte contro le pareti
Il seguito nella pagina successiva