Per dodici anni ho guardato il volto di quella donna tatuato sulla spalla di mio marito e mi sono chiesta perché non mi avesse mai detto chi fosse. Poi, un pomeriggio, l’ho incontrata per caso in una panetteria, e la paura nei suoi occhi mi ha fatto capire che mi ero posta la domanda sbagliata per tutto il tempo.
Fin dal primo giorno in cui ho conosciuto Ryan, ho notato il tatuaggio. Non era un nome, non era una rosa, non era uno di quei simboli astratti che, a detta di molti, celano un significato profondo.
Era il volto di una donna, un ritratto dettagliato. Sembrava giovane, forse poco più che ventenne, con capelli scuri, occhi pensierosi e una tristezza nell’espressione che non sembrava mai svanire.
Inizialmente non dissi nulla. Avevamo appena iniziato a frequentarci e volevo essere il tipo di fidanzata che non si sentisse minacciata da cose che
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