Cacciata fuori a -35°F, una vedova portò sua madre in una grotta: furono le uniche a sopravvivere.

E lì lo abbiamo trovato.

Contro la parete di fondo si scorgevano segni inequivocabili di una vita vissuta molto prima della nostra. Una catasta di legna, tagliata e stagionata con cura, arrivava quasi alle mie spalle. Il legno, invecchiato e di un colore grigiastro, era rimasto asciutto. Lì vicino si ergeva un cerchio di pietre crollato: un vecchio focolare ormai spento, la cui canna fumaria era una scura fessura che si insinuava nella roccia.

Accanto ad esso giacevano diversi attrezzi abbandonati: una testa d’ascia arrugginita, una sega ad arco con il manico rotto e una rozza cassa di legno.

Era il fantasma della casa di qualcun altro.

Dentro la cassa, avvolto in una fragile tela cerata, ho scoperto un piccolo taccuino rilegato in pelle. L’ho aperto con cautela. Le pagine erano piene di una scrittura fitta e disordinata.

Era un registro, un manuale.

Il vecchio cacciatore di pellicce di

Il seguito nella pagina successiva

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