cui aveva parlato Martin non solo aveva vissuto lì, ma aveva anche studiato la grotta e l’aveva progettata. Il diario descriveva il suo sistema nascosto.
Alla luce di una lanterna lessi ad alta voce, con un sussurro attonito.
«La montagna respira», aveva scritto il cacciatore di pellicce. «Un calore profondo fuoriesce attraverso la fessura del camino. Il focolare deve essere costruito in modo da aspirare l’aria fredda dal pavimento e far scendere verso il basso il caldo respiro della terra. Un muro di pietra, anche basso, tratterrà il calore. L’argilla vicino alla sorgente è ottima per la malta.»
Mi mancò il respiro.
Non si trattava di una semplice grotta. Era un progetto, una strategia di sopravvivenza lasciata in eredità da un uomo che non avrei mai conosciuto.
Il mio sguardo si spostò dal diario alla catasta di legna, al focolare in rovina e infine a mia madre, che mi osservava
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