Provò a gridare. E in quel momento li vide.
Uomini. Ma non uomini normali. Erano alti 15 centimetri. Portavano cappelli neri, giacche blu, piccole spade. Alcuni salivano su scale appoggiate al suo petto. Altri gli camminavano sul braccio come se fosse una strada.
Era arrivato a Lilliput.
Gli abitanti di Lilliput non avevano mai visto un gigante. Per loro, lui era “l’Uomo Montagna”. Un mostro. Un pericolo. Il loro re ordinò subito di legarlo, di tenerlo fermo e di ucciderlo se si fosse mosso.
Per due giorni Gulliver rimase lì, legato, sotto il sole, senza acqua.
Il terzo giorno, successe qualcosa che cambiò tutto.
Una donna di Lilliput stava correndo con suo figlio in braccio. Il bambino cadde in un buco profondo. La madre urlava. Nessuno riusciva a tirarlo fuori, il buco era troppo stretto per loro.
Gulliver, nonostante le corde che gli tagliavano la pelle, allungò un solo dito. Un dito enorme, grande quanto tutta la loro casa. E con la punta dell’unghia, tirò fuori il bambino, sano e salvo.
In quel momento, il silenzio.
Tutti i 300 piccoli uomini smisero di avere paura. Capirono.
Nei giorni seguenti, Gulliver fece di più. Quando il palazzo del re prese fuoco e tutti i secchi d’acqua dei lillipuziani non bastavano, fu lui a spegnere le fiamme. Quando il regno nemico di Blefuscu venne ad attaccarli con le navi, fu lui a fermare la guerra da solo, mettendosi in mezzo al mare.
Da mostro, divenne protettore.
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